Recensioni
Ventitré anni e già dodici produzioni alle spalle. Peter Broderick (nato e cresciuto a Carlton, nell’Oregon e con origini danesi) è probabilmente uno dei musicisti più prolifici della scena folk e alt-country degli ultimi anni ed è un peccato che la sorella Heather, bellissima ragazza tra l’altro e che ha stupito tutti con From The Ground (2009), non abbia dato alle stampe almeno un terzo dei dischi pubblicati invece dal fratello. Avremmo avuto molto, molto, molto materiale in più da apprezzare. I due “Broderick”, tra l’altro, hanno suonato insieme negli Horse Feathers fino al 2008 quando Broderick, attirato dal “vecchio continente” si è trasferito per un breve periodo in Danimarca aggiungendosi agli Efterklang.
Dianne Bellino è una giovane cineasta dai modi spicci e con uno sguardo decisamente ironico quando è intenta ad immortalare su pellicola le storie che intende raccontare. Nel 2002 decide di realizzare un divertente cortometraggio di 23 minuti utilizzando quale soggetto una tipica adolescente come se ne potrebbero trovare tante nella periferia un pochino grigiastra di Providence, nel Rhode Island. La ragazza (interpretata da Dina Cataldi) si chiama Slitch e quell’estate è preda di una strana disfunzione ormonale che la spinge inesorabilmente ad avere quel chiodo fisso che generalmente (perlomeno questa è opinione diffusa) affligge principalmente i maschietti.
Credo che ogni città nasconda da qualche parte, nascosta tra le cantine sporche ed umide, almeno un paio di band incredibili che aspettano solo di uscire dalla lampada. Friborgo, cittadina universitaria di trentacinquemila abitanti, è sempre rimasta nell’ombra di Ginevra e Losanna per quanto riguarda il panorama musicale della Svizzera romanda. Negli ultimi anni però qualcosa è cambiato. Si è investito non poco in sale da concerti e in sale prove tentando di creare l’atmosfera giusta affinché le già numerose band del sottobosco riuscissero a sbocciare ed oggi piano piano, sulle rive della Sarine, qualcuno ha anche deciso d’installare una bella etichetta indipendente (in questo caso la Saiko Records) proprio mentre qualcun’altro si è pure lanciato nel fare tanto “promoting” quanto basta affinché gli album prodotti finissero nei negozi di musica on-line e su qualche scaffale tutt’altro che virtuale.
David Pajo è certamente uno dei personaggi più eclettici ed interessanti del panorama indipendente degli anni novanta. Musicista errante, originario del Kentucky e di sangue filippino, vaga confuso in una miriade di formazioni più o meno famose nell'ambiente underground statunitense. Suona la chitarra per The Palace Brothers e The For Carnation, la batteria per i King Kong, le tastiere per i Continental OP e il basso per la Royal Trux e gli Stereolab prima di approdare ai Tortoise e agli Slint per raccogliere, nel 1991, uno straordinario successo con l'album Spyderland; da molti considerato il miglior album del decennio. Nella seconda metà degli anni novanta decide di "mettersi in proprio" e lanciarsi in un particolare progetto intitolato Aerial M (chiamato a volte anche M Is The Thirteenth Letter oppure, semplicemente, M) che gli permetterà di soddisfare un'esigenza sfrenata d'indipendenza e sperimentazione.
Non basta essere parte della “famiglia” Fleet Foxes per fare un bel disco. Anzi, probabilmente con appiccicata addosso l’etichetta del “gruppo rivelazione” è probabile che l’ascoltatore si aspetti molto di più di quanto non si riesca a dare in ogni occasione. Lo scorso mese di maggio Zach e Josh Tillman hanno dato alle stampe “Pearly Gate Music” e, sinceramente, non mi ricordo come mai l’ho comprato. Stavo probabilmente ascoltando una “radio” di LastFm cercando di arricchire la mia collezione di dischi alt-folk o alt-country imbattendomi probabilmente in “Daddy Wrote” o in “Bad Nostalgia”: certamente i migliori brani del disco.
“I woke up this mornin' and none of the news was good. And death machines were rumblin' 'cross the ground where Jesus stood”. Sono le prime parole di Jerusalem e, in effetti, in quei giorni le notizie trasmesse dai telegiornali non preannunciavano nulla di buono.
Era il 5 luglio 2005 e mentre l’Auditorium Stravinski si apprestava a vivere la serata più intensa della trentanovesima edizione del Montreux Jazz Festival, dall’Iraq giungevano voci di quattro nuovi soldati americani uccisi e della presa in ostaggio di alcuni diplomatici orientali.
Laure Betris ha meno di 30 anni e credo sappia benissimo che se invece di nascere a Friborgo fosse cresciuta in un qualche quartiere di Seattle o di New York oggi sarebbe famosa quando Ingrid Michaelson o Brandy Carlile e sarebbe probabilmente stata scelta per la colonna sonora di qualche telefilm ospedaliero riempiendosi di soldi e di fan in giro per il mondo. Kassette, questo il nome di battaglia scelto dalla graziosa cantante, si è rinchiusa per qualche giorno a La Fondiere in compagnia di Sacha Ruffieux per registrare un disco che, senza pretesa di diventare capolavoro o qualcosa di rivoluzionario, riesce ad intrigare e a rivelarsi misterioso canzone dopo canzone.
Splendido come ogni nuova uscita di Iron & Wine . Splendido anche se i fan più appassionati avevano già trovato il modo di reperire questi brani per vie avverse e, splendido, nonostante SUCH GREAT HEIGHTS rappresenti meno di quattordici minuti di musica. Quattordici minuti però, per un artista che negli ultimi tempi sembra prediligere la via “internet release only” (con album scaricabili dalla rete ma non stampati fisicamente), sono meglio di niente ed allora accontentiamoci.
Title:
Lights From The Wheelhouse
Mi ricordo che, quando ero più piccolo, il regalo di Natale più atteso era sempre quello di mia zia. Gli altri erano sempre piuttosto scontati visto che ero stato io a sceglierli. Il regalo di mia zia dunque era sempre quello che aprivo per ultimo ed era anche l’unico per cui avevo una certa apprensione mista a paura di rimanere deluso. Mi aveva abituato bene e dunque, nel caso il regalo non mi fosse piaciuto, ci sarei rimasto più male.
Ogni volta che apro un nuovo disco di Micah P. Hinson la sensazione è più o meno la stessa. Giuro che non lo dico solo per dare quel tanto d’enfasi alla recensione perché, quest’uomo, per davvero, è riuscito con i primi dischi a farmi cambiare visione su un sacco di cose e quando mi ritrovo con un suo disco, ancora avvolto nel cellofan, sono cosciente ogni volta di essere di fronte ad una nuova potenziale rivelazione.
Sono loro, ancora loro. I Built To Spill ritornano in pista a tre anni di distanza dallo straordinario (e forse inimitabile You in Reverse) e lo fanno con un’ora di musica intitolata There Is No Enemy. -“Cosa avranno ancora Doug Martsch e compagni da dirci?”- Solita frase del cazzo! Anche questa volta è tutto, semplicemente, fighissimo. Non so ma c’è qualcosa di terribilmente stupido ed imbecille nella loro musica e questa cosa mi fa impazzire.
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