Title:
Lights From The Wheelhouse
Mi ricordo che, quando ero più piccolo, il regalo di Natale più atteso era sempre quello di mia zia. Gli altri erano sempre piuttosto scontati visto che ero stato io a sceglierli. Il regalo di mia zia dunque era sempre quello che aprivo per ultimo ed era anche l’unico per cui avevo una certa apprensione mista a paura di rimanere deluso. Mi aveva abituato bene e dunque, nel caso il regalo non mi fosse piaciuto, ci sarei rimasto più male.
Ogni volta che apro un nuovo disco di Micah P. Hinson la sensazione è più o meno la stessa. Giuro che non lo dico solo per dare quel tanto d’enfasi alla recensione perché, quest’uomo, per davvero, è riuscito con i primi dischi a farmi cambiare visione su un sacco di cose e quando mi ritrovo con un suo disco, ancora avvolto nel cellofan, sono cosciente ogni volta di essere di fronte ad una nuova potenziale rivelazione.
La storia di The Late Cord ha inizio nel 1999 in Texas quando Brandon Carr presenta a Micah P. Hinson l’amico e compagno di formazione John-Mark Lapham. I due, pur abitando a 10 chilometri l’uno dall’altro, non si erano mai incontrati e da quel momento nasce un’amicizia duratura capace di sopravvivere (e non è evidente…) anche quando la sorte inizia a sorridere sia a Carr che a Lapham regalando loro un insperato futuro discografico con gli Earlies.
Sono loro, più di tutti, a credere nel genio di Micah P. Hinson e sono ancora loro, una volta raggiunto il successo, a trovare il modo per farlo volare sino a Londra per registrare l’album d’esordio accompagnandolo, anche musicalmente, in un percorso che lo trasformerà in una specie d’icona della nuova scena indipendente americana.
I cinque brani di Lights From The Wheelhouse sembrano confermare la direzione oramai più sperimentale intrapresa da Hinson a partire dal secondo album. The Baby & The Satellite, The Opera Circuit e soprattutto l’avventura di cui narriamo in questa recensione sembrano voler riportare il suono ad una dimensione domestica dove tutto è ridotto al limite e dove la batteria, se esistente, è sostituita da programmazioni elettroniche. Il risultato è quello di creare un’atmosfera ancora più intima che, e questa è l’unica critica che posso azzardarmi a fare, ancora rischia di non soddisfare a pieno color che urlarono al miracolo ascoltando il primo disco. La scusante, in ogni caso, è proprio quella di trovarsi di fronte ad un “side project” dove, secondo logica, è giusto potersi addentrare di più nella sperimentazione e nella contaminazione. Non deve poi essere sottovalutato lo splendido lavoro di Lapham e non è un caso se Lights From The Wheelhouse s’avvicina maggiormente, per stile e sonorità, alle atmosfere degli Earlies piuttosto che a quelle cui Hinson ci aveva abituato.
Si tratta di un disco che, per davvero, dovrebbe essere ascoltato più e più volte prima di essere compreso appieno. Ammetto di esserne rimasto piuttosto perplesso lungo il primissimo ascolto e di averne invece carpito i segreti man mano convincendomi infine della sua incredibile profondità. Brani come Lila Blue o Chains/Strings appaiono infatti tutt’alto che immediate. Una volta però che si uniscono tutti gli elementi ci si accorge di quanto Lights From The Wheelhouse sia un capolavoro; per quanto sottile ed in equilibrio precario. La dimostrazione la si può scovare ascoltando My Most Meaningful Relationships Are With Dead People o Hang On The Cemetery Gates accorgendosi della loro disarmante tristezza e dell'incredibile capacità di puntare puntare dritte al cuore.
Un disco per anime perse chissà dove; per solitari. Toccante. Maledettamente toccante.