
Patti Smith: incontrare l'icona dell'underground newyorkese (e rimanere seduti!)
Sessantatré anni compiuti lo scorso 30 dicembre. Patricia Lee Smith ha vissuto l’era d’oro della cultura underground di New York e ne è stata protagonista indiscussa. Anni in cui i Velvet gettavano le basi di un modo nuovo di far musica, il St. Mark’s Poetry Project apriva nuovi orizzonti alla poesia, locali come il CBGB o il Max Kansas City portavano il punk alla gente e la Factory di Andy Warhol amalgamava il tutto come in un miscelatore.
L’abbiamo incontrata negli scorsi giorni, al museo Hermann Hesse di Montagnola, dove ha tenuto un reading e dove si è chiusa la sua esposizione di fotografie. Un momento per parlare di ricordi e del suo intensissimo rapporto con il fotografo Robert Mapplethorpe. Non è un caso se, da poche settimane, Patti Smith ha dato alle stampe un libro (intitolato Just Kids – disponibile in italiano a partire da settembre) incentrato proprio sulla loro amicizia. I due vissero assieme al Chelsea Hotel. Fu Mapplethorpe a scoprirne il talento, finanziandone le prime registrazioni e scattando le fotografie che hanno reso celebri le copertine dei suoi dischi.
C’è nostalgia per il passato?
Non la chiamerei nostalgia. Mi piace però fare in modo che il passato sia parte del presente. Se penso a mia madre, certo, la ricordo nella mia infanzia ma, soprattutto, mi immagino come sarebbe averla qui e adesso. Io e Robert Mapplethorpe abbiamo imparato molto a vicenda. Gli ho insegnato a essere pratico e pragmatico. Lui mi ha insegnato ad avere fiducia nelle mie potenzialità artistiche.
Che rapporto c’è tra Patti Smith e Lugano?
Direi molto forte. Fin da giovanissima ho letto Hermann Hesse e il mio romanzo preferito è probabilmente “Il gioco delle perle di vetro”. Ogni volta che mi trovo in queste terre vengo per davvero travolta dall’atmosfera in cui il libro venne scritto. La mostra su Robert, il museo Hesse, la Città. Cosa chiedere di più? Potrei tornarci ogni anno.
Cosa le ha lasciato il concerto di mercoledì a Lugano?
Non sapevamo come il pubblico avrebbe risposto al nostro spettacolo. Siamo abituati a suonare rock&roll e ci siamo presentati con una chitarra acustica e un pianoforte. Abbiamo dato il massimo e, in cambio, gli spettatori ci hanno regalato un’energia che ci ha davvero emozionato. È stato il pubblico a trasformare questo concerto acustico in un concerto rock.
Non si è trattato solo di musica, giusto?
Certo. Vogliamo sempre far pensare il nostro pubblico e magari anche ispirare le persone. Far capire, senza però voler fare i professori, che ognuno nel suo piccolo può cambiare le cose. Una volta mi ricordo che, con i miei figli, ci trovavamo su una splendida spiaggia piena di rifiuti. Vetri, lattine di birra, sacchetti di plastica e cartacce. Abbiamo iniziato a raccogliere tutto. La gente ci guardava in modo strano ma poi si è unita a noi e, a fine serata, la spiaggia era pulita. Questo dimostra che i piccoli gesti, anche di fronte a una sconfitta o un avversario che appare invincibile, possono servire a cambiare il mondo.
Soffia davvero un “vento nuovo” negli USA?Otto anni di abusi alla nostra Costituzione non sono pochi. Bush ha distrutto la nostra economia dopo aver distrutto l’Iraq e aperto Guantanamo. Io non sono d’accordo con tutte le proposte di Obama ma sono sicura che, ogni iniziativa, viene concepita per fare del bene e non per dar fiato al nostro conservatorismo o al nostro nazionalismo. Dobbiamo dargli del tempo.
IL CONCERTO DI LUGANO - Esaurito da tempo il Palacongressi
Patti Smith a Lugano. Sogno o son desto? La poetessa maledetta, la sacerdotessa maudit del rock, l’icona della new wave newyorkese. A Lugano, oltretutto, per un concerto in esclusiva. Uno show intimo (nonostante il tutto esaurito), unplugged e che, per certi versi, è riuscito a spiazzare molti dei presenti, combattuti tra il desiderio di alzarsi in piedi e sgattaiolare davanti al palco e la necessità contingente di rimanere seduti (e quieti) al proprio posto per non annoiare le fila dietro.
Tanto carismatica da lasciare il palco senza un bis e convincere il pubblico che, forse, «non ha applaudito abbastanza forte per farla tornare». A chi dalla platea, si è lamentato per l’impianto acustico difettoso (un intero settore si è ritrovato per un paio di canzoni senza audio, a dimostrazione che il “Pala” inizia ad avere i suoi anni) la cantante ha risposto in modo scherzoso: «È spiacevole, lo so, ma nulla in confronto a quanto succede nel mondo! Una volta abbiamo suonato davanti a 10.000 persone senza più amplificatori. Siamo scesi in mezzo al pubblico chiedendo alla gente di cantarsi le canzoni da soli». A metà concerto, approfittando del giusto pathos, la cantante ha ricordato l’amico Robert Mapplethorpe: «Stavamo guardando la città dal nostro albergo. Non potete immaginare quanto fantastico sia osservare le immagini di Robert lungo la strada». Robert Mapplethorpe: l’amico dei tempi più lieti. L’amico cui Lugano, proprio in questi giorni e a ventun’anni dalla morte, ha dedicato una retrospettiva. È in Città per lui e per omaggiarlo come si deve Patti Smith, in un silenzio spettrale, ha deciso di frugare tra il repertorio di Gone Away (album registrato tra la sofferenza di un infinito numero di lutti) e scovare il suo capolavoro: Beneath The Southern Cross.
Applausi. Eh sì. Son desto! Chissà che il prossimo non sia Bob Dylan o Neil Young. Magari qualcuno ci prende gusto.