“I woke up this mornin' and none of the news was good. And death machines were rumblin' 'cross the ground where Jesus stood”. Sono le prime parole di Jerusalem e, in effetti, in quei giorni le notizie trasmesse dai telegiornali non preannunciavano nulla di buono.
Era il 5 luglio 2005 e mentre l’Auditorium Stravinski si apprestava a vivere la serata più intensa della trentanovesima edizione del Montreux Jazz Festival, dall’Iraq giungevano voci di quattro nuovi soldati americani uccisi e della presa in ostaggio di alcuni diplomatici orientali.
Non c’è ancora molta gente in sala quando Steve Earle intona le prime strofe. In tanti sono venuti per assistere al concerto di Crosby, Stills and Nash ma quando il cantautore appare sul palco con la camicia bianca e le basette lunghe tutti quanti si alzano silenziosamente in piedi avvicinandosi alle transenne sapendo di essere prossimi ad un concerto che rappresenterà qualcosa in grado di andare oltre alla musica. Negli ultimi anni Steve Earle ha infatti trasformato la sua arte in un’ardita protesta contro l’impegno militare americano in Iraq e contro quelle misure (come il Patriot Act) che rischiano di minare la democrazia statunitense. Mano a mano che ci si addentra nella serata il pubblico cresce in numero ed in attenzione. Steve Earle, armato solamente di chitarra acustica, spara a raffica su tutto e tutti. –“Avete visto quello che è successo l’altro giorno - racconta lapidario tra un pezzo e l’altro – milioni e milioni di persone radunate per il Live 8. Chissà quanti di quei musicisti, però, erano lì veramente per la causa”-. La gente applaude mentre in sala iniziano a risuonare le splendide note di What’s A Simple Man To Do? (preso da Jerusalem) e quelle di brani cardine dell’album The Revolution Starts…Now (2004) come Warrior, Rich Man’s War o Condi, Condi.
Con South Nashville Blues e, soprattutto, con CCKMP (Cocaine Cannot Kill My Pain) Steve Earle rispolvera un periodo (era il 1996; anno di pubblicazione di I Feel Alright) contrassegnato da una rinascita sia come musicista (dopo un periodo passato in carcere a seguito di una condanna per possesso di stupefacenti) che come uomo (dopo aver sconfitto la propria dipendenza dalla droga). Grazie ad Ellis Unit One si ha modo di affrontare uno dei temi più cari a Steve Earle: la pena di morte. Il brano fece infatti parte della colonna sonora di Dead Man Walking (diretto da Tim Robbins con Sean Penn e Susan Sarandon) e, se si esclude la sua pubblicazione su Sidetracks, non è mai apparso su un disco ufficiale dell’artista.
C'è ancora modo di rispolverare qualche brano da Copperhead Road e da The Mountain (la splendida e commuovente Dixieland per esempio) prima di giungere alla conclusione.
-“Questa è una canzone che parla di eroi” – spiega prima di iniziare Christmas In Washington. -“È Natale a Washington ed i democratici stanno tentando di vincere un altro mandato. I repubblicani bevono il loro whiskey e ringraziano le buone stelle sicuri che non ce la faranno”-. Segue un appello a Woody Guthrie, Cisco Houston, Joe Hill, Emma Goldman, Malcom X e Martin Luther King affinché tornino sulla terra per marciare con lui verso Selma (la città che nel 1965 ospitò una delle più grandi marce per i diritti civili) poiché il tempo delle barricate non è ancora finito.
Silenzio. Perché finire un concerto in questo modo implica, semplicemente, silenzio.
LIVE AT MONTREUX 2005 (di cui è uscito anche il DVD) è un disco splendido. Per dovere di cronaca è utile ricordare che per questa serata era stata annunciata anche la presenza di Allison Moorer. La cantante, purtroppo, sul palco non si è vista. Cinque settimane più tardi però, a Nashville, è diventata la settima moglie di Steve Earle.