Laure Betris ha meno di 30 anni e credo sappia benissimo che se invece di nascere a Friborgo fosse cresciuta in un qualche quartiere di Seattle o di New York oggi sarebbe famosa quando Ingrid Michaelson o Brandy Carlile e sarebbe probabilmente stata scelta per la colonna sonora di qualche telefilm ospedaliero riempiendosi di soldi e di fan in giro per il mondo. Kassette, questo il nome di battaglia scelto dalla graziosa cantante, si è rinchiusa per qualche giorno a La Fondiere in compagnia di Sacha Ruffieux per registrare un disco che, senza pretesa di diventare capolavoro o qualcosa di rivoluzionario, riesce ad intrigare e a rivelarsi misterioso canzone dopo canzone.
Per tentare di farvi capire l’ambiente di questo album mi tocca rispolverare donne del calibro di Rosie Thomas, Laura Veirs, Lori Mckenna o le prime uscite di Gemma Hayes constatando però arrangiamenti decisamente coraggiosi, accattivanti e quasi mai scontati e non è un caso visto che siamo confrontati con un lavoro prodotto dalla Saiko Records; una delle etichette più quotate del panorama indipendente svizzero (che mette in catalogo formazioni come To The Vanishing Point, Featuring Jim, Underschool Element ed i Beautiful Leopard ).
CHAMBRE ~ 4 ~ è un album lunatico e nervoso capace di cambiare atmosfera in pochi passaggi trasformando la dolcezza in notte e la notte improvvisamente in luce. Le prime battute (ascoltando Daydream o Obvious) potrebbero indurre l’ascoltatore a pensare di trovarsi di fronte all’ennesima trovata indie-pop al femminile ed invece c’è per davvero qualcosa di più profondo ed intenso in questo lavoro e la durata rimanente del disco è lì pronta a confermarlo.
Lila è semplicemente stupenda e ed altrettanto si può dire della title track. Brani semplici, tre accordi e niente più. Niente fronzoli ma tanta sostanza e tanto underground nelle orecchie. Betty è quasi certamente il titolo più accattivante del disco (e a dire il vero è anche l’unico a non essere uscito dalla penna di Laure Betris) ma la vera perla, a mio avviso, viene dalla splendida Move e da quel suo andare lento, ipnotico e acido. Il finale del disco è un viaggio intenso e malinconico con No Gift e Zebra a chiudere quaranta eccellenti minuti di musica ed un viaggio in compagnia di una delle più interessanti rivelazioni della scena svizzera.
La cosa strana (ma alla fine non troppo) è che band, gruppi e artisti del genere arrivano sempre dagli stessi posti e dalle stesse città. Avremo modo di approfondire il discorso. Per ora non ci rimane che sognare una scena come quella di Friborgo e avere la speranza che luoghi come il Fri-Son si moltiplichino a dismisura.